AGONIA DI UN OSPEDALE

08.08.2018 12:47

C'era una volta l'Orlandi

Sembra una favola, sì, ma purtroppo non ha un lieto fine. Quante storie di vita, di dolore, di speranza, storie semplici, paesane, quanti episodi ha vissuto il nostro ospedale; Lui, testimone di sofferenze e guarigioni, drammi e riabilitazioni; a quanti ha dato o ridato la vita il nostro Orlandi, bussolenghesi magari solo di nascita ma pur sempre legati a noi, quasi nostri figli.

Ora sembra si stia scrivendo la parola fine, qualcuno, da fuori, ha deciso che non ci sia più bisogno di lui, l’ospedale di Bussolengo, che si può tranquillamente farne a meno, non conta il fatto di essere punto di riferimento per un vastissimo territorio, non conta l’efficienza, non contano i risultati, non conta ormai più niente…

Per noi c’è sempre stato l’Orlandi, era parte integrante del paese, una parte viva, frenetica, attiva, magari creava traffico, disagi, caos per i parcheggi, attese e ansie, ma quando serviva era lì che ci accoglieva nelle sue braccia, paterno, rassicurante. Tanti di noi lì ci hanno lavorato, ci hanno speso una vita, con impegno, passione, dedizione e professionalità e lì dentro hanno lasciato parte del loro cuore. Abbiamo affidato tante volte a loro la nostra salute, ne abbiamo ricevuto cure e conforto e a loro saremo sempre grati.

E’ una storia, questa che nasce molti anni fa, in quell’Italia appena fatta, in un mondo contadino, fra miseria e povertà è una scintilla di speranza, un luogo di accoglienza per chi soffre ma non si arrende. Era il 1873 quando Francesco Orlandi, ricco possidente e uomo di grande sensibilità devolveva la sostanziosa somma di 20.000 lire per la costruzione di un’opera di assistenza accordandosi col comune di Bussolengo e garantendo lui stesso il buon esito del progetto. Dopo qualche vicissitudine di carattere burocratico (una piaga che c’era anche a quel tempo) e dopo il versamento di altre somme il “Pio Istituto Orlandi” venne aperto il 1 Gennaio 1881.

La costruzione, a nord del paese, sull’orlo della scarpata che scende all’Adige consta di poche stanze e il compito di infermiere veniva svolto dalle Suore Ancelle della Carità, presenti nel vicino convento. Il medico condotto di Bussolengo ne assicurava l’assistenza. Alla morte dell’Orlandi, tutti i suoi beni furono ereditati  dai Redentoristi che si impegnarono a gestire l’opera e a garantirne la continuità.

 “L’Ospitale è ammirato da tutti, anime pietose lo vanno coadiuvando nel continuo e chi lo visita resta incantato e della posizione e del buon ordine che lo governa.” Così veniva scritto all’epoca.

Da questo primo nucleo si sono poi sviluppati altri volumi man mano che cresceva la popolazione e l’esigenza di una sanità in continua evoluzione. L’ospedale crebbe d’importanza e divenne centro vitale per tutto il Nord-Ovest della provincia di Verona, un vasto comprensorio che va dal lago alle colline moreniche, dal Monte Baldo alla Valle dell’Adige.

Impegnato fortemente ai tempi della grande guerra come uno dei centri ospedalieri più vicini al fronte, affrontò poco dopo una crisi significativa con bilanci sempre più sofferenti che portarono a costituire un consorzio coi comuni vicini per garantirne la sopravvivenza. Fu ampliato ulteriormente col l’aggiunta dell’ala ovest così da portarlo, nel 1931 ad una capienza di 150 posti letto, oggetto d’orgoglio della classe politica del ventennio fascista. Seppe poi risollevarsi, assieme alla popolazione dopo le distruzioni dell’ultimo conflitto mondiale continuando la sua espansione nella struttura tanto che, per la costruzione dell’ala est , negli anni ’50, fu abbattuto, non senza qualche malumore, il quartiere di Sottovia.

Un altro intervento importante si ebbe con la costruzione dell’ala Nord, affacciata all’Adige, che ne aumentò sensibilmente la capienza. Un ambiente moderno ed efficiente adatto alle esigenze dell’odierna sanità, al servizio del cittadino, per salvaguardarne il bene più importante: la salute.

Valenti medici, specialisti, sanitari esperti e professionali, uniti ad un’organizzazione rigorosa, hanno portato l’ospedale ad essere punta d’eccellenza per la sanità veneta. Reparti funzionali ed efficienti, un centro diagnostico d’avanguardia, un pronto soccorso spesso sovraccarico ma che unito ad un valido reparto di rianimazione ha salvato molte vite, un centro trasfusionale fondamentale e una maternità, giustamente premiata che era un fiore all’occhiello orgogliosamente ostentato…

Ecco, questo era il “nostro” ospedale. Era, perché ora, brutalmente smobilitato e svuotato, sta vivendo la sua agonia, ormai scatola vuota che subisce inesorabilmente un lento declino.

Non si capisce per quale oscuro disegno sia stata presa questa decisione: efficienza, razionalizzazione, economia… mah? Forse altro… ma certamente non per il bene di noi cittadini.

Bussolengo, attonito, assiste impotente allo scippo del suo gioiello rinnovando napoleonici ricordi, tristi perché ora come allora ci portano via qualcosa di nostro, che fa parte della nostra storia, che è cresciuta con noi, che ci appartiene.

Già prevediamo disagi e difficoltà per noi e per tutti quelli che gravitano fra il Garda e il Baldo, per le migliaia di turisti, per tutti quelli che avranno bisogno di cure, di interventi, di assistenza. Non è più chiaro a chi dovremo rivolgerci, dove porteremo i nostri ammalati, chi si prenderà cura di loro…

Non rimane che affidarci al destino e sperare di non averne bisogno…

Franco Chesini

 

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