I tropici della preistoria bussolenghese                                                 di Marco Mazzi

     Immaginate di affacciarvi alla finestra e non vedere più i Monti Lessini e il Monte Baldo, né l’Adige, né le colline, e neppure le pianure della Valpolicella e della Bassa Veronese, e scoprire di trovarvi invece in un arcipelago in mezzo a un oceano tropicale, scorgendo lì attorno soltanto qualche atollo corallino e, in lontananza, qualche vulcano che si alza da una costa bassa e paludosa: sembra impossibile, eppure questo è l’aspetto che hanno avuto le nostre zone per milioni e milioni di anni, un arco di tempo che noi umani non riusciamo nemmeno a concepire in confronto ai tempi della nostra storia o anche della preistoria umana.

Nel corso di queste distese infinite di tempo la Terra ha subito immani cambiamenti di climi e di ambienti. Oggi si parla di riscaldamento globale, ma la Terra decine e centinaia di milioni di anni fa era molto più calda di oggi e per questo, non esistendo ancora nemmeno le Alpi, il territorio che oggi noi calpestiamo era il fondale di un mare tropicale! Abbiamo quindi deciso di muoverci non nello spazio ma nel tempo, per documentare questo paesaggio che esisteva dove oggi viviamo noi, scegliendo una data tonda: 50 milioni di anni fa. Per intenderci era l’epoca a cui risalgono i fossili di Bolca, l’epoca geologica chiamata Eocene. Per essere chiari, le nostre zone avevano questo aspetto tropicale da ben prima, da centinaia di milioni di anni. Basti pensare alle impronte di dinosauro trovate a sud di Rovereto e impresse nella pietra da ben 200 milioni di anni! A quel tempo la pietra era probabilmente terra melmosa, in un clima e in un ambiente tropicale. O pensiamo anche ai vari fossili che si possono trovare sui Lessini o sul Baldo, come i fossili di stelle marine risalenti almeno a 150-170 milioni di anni fa! (foto a lato)

Ma eccoci catapultati a 50 milioni di anni fa: un clima caldo e umido ci accoglie, sembra di essere all’interno di una serra tropicale. Il mare in cui ci ritroviamo era la famosa Tetide, quell’oceano preistorico che esisteva da epoche immemorabili, ancora prima dei tempi dei dinosauri. Nell’epoca in cui ci rechiamo, però, i dinosauri erano già estinti da una quindicina di milioni di anni. Quello che non molti sanno è che una piccola stirpe di dinosauri riuscì a sopravvivere all’estinzione di massa, a diversificarsi e a proliferare in seguito: gli uccelli. Infatti, una volta balzati in quel mare di 50 milioni di anni fa, notiamo uno stormo di grossi e strani uccelli a noi sconosciuti (forse oggi evoluti in pellicani?), gracchianti sopra l’atollo e sulle nostre teste.

Abbiamo pensato bene di recarci in quel remoto passato con un panfilo a motore grande e solido, e non certo per vanità, ma piuttosto perché il nostro mare di 50 milioni di anni fa, pur essendo poco profondo (come gli attuali arcipelaghi nell’Oceano Pacifico) era popolato anche da animali molto temibili. Lo abbiamo constatato di persona dopo poco tempo. Dopo aver navigato verso nord per alcune miglia, abbiamo dovuto lasciare la barcona per attraversare con un piccolo gommone una barriera corallina e addentrarci in una zona semipaludosa: a un certo punto, a pochi metri da noi, abbiamo scorto il netto profilo di un coccodrillo scivolare sulla superficie dell’acqua. Ma non ci ha degnato della sua attenzione, per fortuna, e ha proseguito per la sua strada. I coccodrilli sono animali antichi quanto i dinosauri (legati a loro da parentela) e alcune specie sono sopravvissute all’estinzione di massa che spazzò via i grandi rettili. Dopo esserci ripresi dal batticuore, favorito tra l’altro anche dall’aria umida e pesante, abbiamo proseguito addentrandoci col gommone attraverso una lussureggiante vegetazione tropicale, tra grossi insetti (molte libellule giganti!) e variformi uccelli. Abbiamo anche visto alcune belle tartarughe sulla riva. E poi anche palme molto robuste, che crescevano imponenti e rigogliose.

L’unico peccato è che non abbiamo potuto vedere altri animali che a quell’epoca vivevano sulla terraferma, come i primi grossi mammiferi terrestri e i più antichi primati antropoidi (lontani antenati delle scimmie e anche di noi umani). Ma d’altronde queste zone allora non erano certamente il loro habitat, come abbiamo constatato anche personalmente: la nostra intenzione era infatti di scendere dal gommone e provare a raggiungere a piedi le falde di un piccolo vulcano non molto distante. Ma il terreno è talmente instabile, con tratti melmosi e paludosi nascosti ovunque in una vegetazione selvaggia, che abbiamo deciso che si tratta di un tentativo rischioso e impraticabile. Inoltre la respirazione è diventata difficile a causa delle esalazioni vulcaniche disperse nell’aria. Insomma, è proprio il caso di dire che non era ancora un ambiente adatto agli uomini!

Il sole comincia a tramontare tingendo il cielo di rosa, mentre in lontananza all’orizzonte compaiono grigi nuvoloni. Decidiamo così di ritornare alla barca e solcare per un’ultima volta il mare aperto, il nostro mare tropicale. Nostro, perché riflettendoci, tra le rocce di quel fondale marino di 50 milioni di anni fa, in intensa attività magmatica, era già in atto un lentissimo processo che avrebbe portato alla formazione della catena alpina: quel fondale marino era già il suolo dei Monti Lessini e del Monte Baldo che oggi vediamo affacciandoci alla finestra.


Il "Gran Canyon" dell'Adige (5,5 milioni di anni fa)

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