I nostri primi antenati (500.000 anni fa)                                                 di Marco Mazzi

In questo terzo viaggio nella preistoria bussolenghese ci attende un incontro molto importante, quello con i primi ominidi stanziati in queste zone, già intorno al mezzo milione di anni fa: a Quinzano Veronese è attestato il più antico sito umano preistorico di tutto il Triveneto, risalente al paleolitico inferiore. È ovvio dedurre che quegli antichissimi abitanti pescassero nell’Adige e che facilmente arrivassero a cacciare anche qui nelle nostre zone, che distano pochissimi chilometri.

Va detto subito che la Pianura Padana, già più di un milione di anni fa, fu uno dei primissimi luoghi di immigrazione degli ominidi dall’Africa all’Europa, come testimoniano sempre nuove scoperte (per esempio il sito di San Lazzaro di Savena, verso Bologna, con resti risalenti appunto a oltre un milione di anni fa). Quindi è del tutto probabile che già in quelle epoche assai remote transitassero ominidi nelle nostre zone, dato che, come ormai è noto, ci troviamo in una posizione geografica di transito e oltretutto da sempre privilegiata per lo stanziamento umano, soprattutto qui da noi, vicino alle colline prealpine, un luogo ottimale e di facile insediamento, preferito alla bassa e piatta pianura che in epoche lontane era meno ospitale e meno sicura, disseminata di foreste selvagge o di paludi, a seconda delle zone e delle epoche.

Quindi abbiamo puntato la lancetta del tempo a mezzo milione di anni fa (cioè 500mila anni fa), sperando di riuscire a scoprire chi erano i primissimi veronesi “residenti”. Abbiamo deciso di recarci vicino al corso dell’Adige e verso i limiti orientali dell’attuale territorio bussolenghese, per intenderci dove oggi c’è il ponte di Settimo, presso la località Corno. Questo perché proprio qui c’era un guado sul fiume, che si prestava come luogo facile di pesca. L’Adige non era più quel fiume incassato in un canyon che avevamo visto nel nostro precedente viaggio, cinque milioni di anni prima. Durante questo tempo infatti la Pianura Padana era stata invasa dal mare per centinaia e centinaia di migliaia di anni (non pochi secoli!) e questo aveva portato all’accumulo di sedimenti sul fondale, a cui poi si erano aggiunti i detriti trasportati dai fiumi quando il mare si ritirò: gli antichi canyon vennero sepolti e si formò la Pianura Padana. Il paesaggio che troviamo stavolta è una vera e propria foresta temperata, ma incolta, selvaggia.

Per non rischiare di fare incontri ravvicinati con lupi, cinghiali o, chissà, addirittura orsi preistorici, abbiamo portato una di quelle tende che si possono montare sui rami alti degli alberi, usate dai naturalisti per le loro osservazioni. Ci siamo così appollaiati in alto tra i rami, con una bella visuale su tutta l’ansa dell’Adige all’altezza dell’attuale località Corno. Abbiamo vissuto per parecchi giorni proprio come degli avventurosi naturalisti, facendo di necessità virtù e scoprendo che la “foresta bussolenghese” di 500.000 anni fa era ricca di vita: possiamo dire che era abbastanza simile alle foreste di oggi in Trentino, abbiamo visto volpi, scoiattoli e una grande varietà di uccelli. Con il binocolo poi abbiamo potuto scorgere in lontananza, dove la foresta si diradava in spazi più aperti, grandi cervi dalle corna enormi.

Ma dopo più di una settimana vissuta così, appollaiati per aria anche di notte in attesa di scorgere ominidi, eravamo ormai stanchi e rassegnati ad andarcene, quando proprio all’ultimo giorno li abbiamo visti. È un gruppo di quattro individui nudi, che camminano lungo l’altra riva (la riva “pescantinese”), provenendo proprio da est, dalle zone di Quinzano Veronese. Senz’altro devono essere della specie pre-sapiens chiamata Homo heidelbergensis, protagonista della cosiddetta antichissima cultura acheuleana. Visti da lontano non hanno affatto l’aspetto fisico di ominidi primitivi, anzi: questa specie ha il merito di aver compiuto un grande balzo avanti nell’utilizzo di strumenti più elaborati, e anche nell’acquisizione di uno stile di vita praticamente già in tutto simile a quello dei futuri Homo sapiens (la nostra specie), come hanno dimostrato alcune recenti e rivoluzionarie scoperte. I quattro cacciatori portano con sé delle rudimentali lance e una sorta di rozza ma voluminosa bisaccia fatta di pelle di qualche animale. Giunti al guado ci sembra che si scambino qualche indicazione, che non udiamo. Comunque pare che questi siano stati tra le prime specie di ominidi in grado di articolare un linguaggio vero e proprio, anche se molto semplice. Nel frattempo si sono immersi nell’acqua fino ai polpacci e hanno cominciato a pescare, conficcando le lance appuntite tra i flutti. Sembra incredibile, ma con questo metodo in pochi minuti hanno già preso i primi pesci (belli grossi, tra l’altro), e in poco più di mezzora riempiono quella specie di bisaccia, escono dall’acqua e si avviano sulla strada del ritorno. Non era una battuta di caccia grossa, evidentemente, ma una semplice pesca “di routine”.

Lasciamo tornare i cacciatori alle loro dimore, o al proseguimento della loro giornata, e ce ne torniamo anche noi: questo breve ma significativo incontro ci è bastato, per scoprire chi erano i nostri più lontani progenitori. Alla prossima.

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